Festival di Sanremo: la bellezza e Barilla

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Ieri ho visto il Festival di Sanremo.

In realtà giocavo con Farm Heroes Saga, ma poi c’è stato il monologo di Luciana Littizzetto sulla bellezza, e il flash mob introdotto da uno sketch ingegnoso

(il finto spettatore ribelle che si lamenta dalla poltrona e appena gli danno un microfono si mette a cantare perché “Questo è un festival di musica, bisogna cantare, e allora cantiamo!!!” Diciamocelo, ce l’hanno fatta sotto il naso prendendoci/si in giro con i nostri stessi mezzi, noi che gridiamo: “In TV è tutto costruito!!!”)

e Renzo Arbore

(le battute erano vecchie, è vero, le canzoni ancora di più, ma quelle canzoni, al contrario delle battute, più le ascolti più sono belle)

Concerto Rice Roma 2007e Damien Rice (oooh… mon amour….)

In questa pessima immagine del 2007 che mostro per pura vanteria, io e il percussionista Brendan Buckley. Ne ho anche una bellissima, color arancio crodino, sacattata con un Nokia, con Joel Shearer che mi stringe la mano, mentre io sono piegata in maniera innaturale, ho la bocca spalancata e insomma sembro il nano di Twin Peaks.

e alla fine mi è piaciuto anche Rocco Hunt, il giovane rapper salernitano che ha cantato “Nu juorno buono”

(quando ascolto alcune bellissime canzoni in dialetto campano – 99 Posse, 24 Grana, i canti tradizionali – mi chiedo sempre quanto le capiscano nel resto d’Italia. Io, romana d’adozione, cresciuta in Umbria con origini campane, ci ho messo anni a capire per intero i discorsi dei miei stessi famigliari a Napoli e dintorni).

Ma torniamo a bomba, la prima sveglia me l’ha data la Littizzetto. L’umorismo di questa donna, e i testi che porta in televisione mi piacciono il più delle volte, ma non sono una fan sfegatata della Lucianina nazionale.

Se non altro perché ha dato il mio nome alla patonza! La Iolanda la chiama, più sfortunata di me c’è solo Tatiana, per colpa di Cirilli.

(sei giovane e non conosci il tormentone “Chi è Tatiana?”  clicca sulla frase)

Comunque sia – a parole sue, con qualche esagerazione, qualche semplificazione e tante battute – nel monologo sulla bellezza Luciana affronta il tema della diversità e dell’educazione ad essa. La diversità è valore, ognuno è diverso, ma alcune diversità vengono mal accettate in società, o sono tabù, o sono foriere di imbarazzo. E parla della sindrome di down, chiamando in causa anche la Barilla.

Le persone down hanno il diritto di vedersi rappresentate nel mondo dello sport, della cultura, della politica (…). Barilla!!! Quanto tempo ci vorrà prima che un bambino down faccia una tua pubblicità, che entri a far parte del concetto di famiglia tradizionale?

Twitter BarillaCosì,  per curiosità, per vedere com’è la comunicazione social della Barilla, sono andata sul profilo Twitter dell’azienda.  Tweet e tweet su Master Chef. Solo Master Chef.

Ok, la cucina è il tuo campo. Ok, hai scelto di parlare di ciò che conosci. Ma solo Master Chef? Nella pagina che ho scorso nessun riferimento ad altri programmi (che so  Bake Off, Cuochi e Fiamme, la Parodi, la Clerici) un link  alle guide dei ristoranti, a qualche articolo sulla produzione agrtoalimentare? Niente. L’account Barilla, a una prima occhiata, sembra l’account Master Chef.

Scelte.

Ricordi il putiferio scattato dalle dichiarazioni su gay di Guido Barilla? Io ero tra quelle scandalizzate, e a chi non capiva cercavo di spiegare il mio punto di vista:

puoi fare la pubblicità con chi ti pare e scegliere il tuo target di riferimento. Ma se sei un uomo ricco, potente, un industriale stimato in tutto il mondo e che per questo ha la possibilità di parlare in radio ed essere ascoltato all’infinito, da tutti, devi stare attento ai valori che veicoli.

La “famiglia tradizionale” non è un valore, è un modello. E un modello mutevole, per giunta. In quanti vivono con i nonni? Quanti, oggi, sono figli unici? La famiglia tradizionale è mamma, papà, figlio? Quella di tua madre comprendeva anche i nonni? Quella di tua nonna tutta la famiglia di origine?

Il modello scelto per la pubblicità Barilla veicola un sistema valoriale fatto di sentimenti positivi, bontà, accettazione…  O almeno nel mio immaginario. Perché i valori che lego al concetto di famiglia sono quelli. Grazie alla mia famiglia, mia madre, mio padre e i miei due fratelli, il mio compagno, sua madre e suo fratello.

Do per scontato che la diversità del gay non esista, e se pensi che sia un peccato, un’aberazione, un problema, una malattia, vai a leggere Povia. Perché questa è la base. Ma so che sono in tanti a pensare ancora ai gay come a sub-umani, e perciò  è per me ancora più lampante la responsabilità di un personaggio pubblico come Guido Barilla. La reponsabilità alla sensibilizzazione e all’educazione.

Barilla e i gayAncora oggi,in effetti, sul profilo Twitter di Barilla, nonostante la numerosità dei follower, sono pochi che interagiscono con il marchio, e qualcuno ancora gli rinfaccia la gaffe sui gay.

Noi siamo sempre meno cittadini –   Minetti, Carfagna, Monti, Letta, Renzi, chi li ha votati!? – ma siamo sempre più consumatori.

E il consumo è un atto politico, in senso lato. Un atto sociale. Anche grazie al social.

C’è chi dice che il boicottaggio è inutile, che il calo delle vendite prodotto da un’azione di questo tipo è talmente irrilevante che non incide sulle scelte aziendali.

C’è invece chi lo pratica da anni, ottenendo buoni risultati.

Non sono le vendite a preoccupare  colossi, ci sono altri fattori: la reputazione, l’immagine del brand,  e le reazioni che scatenano a lungo termine.

È difficile, io ci provo dai tempi dell’università a comprare solo merce biologica o etica, ma poi devo campare, e un pacco di vermicelli Barilla in offerta costa meno di quello del discount, e sa di pasta.

Io ci provo da anni, con risultati spesso disastrosi, diciamo che sono intelligente, ma non mi applico. E alla fine se apri la mia dispensa, qualcosa della Nestlè la trovi di sicuro. E di sicuro trovi il pesto siciliano della Barilla. Ma le uova sono solo quelle da allevamento all’aperto, e neanche se me le regali prendo quelle da allevamento in gabbia. E il miele è biologico. E il caffè dipende dalla mesata: equo e solidale quando posso scialare, quello in offerta tra i marchi famosi il resto dell’anno.

Ma non è tutto inutile.

Prendi il caso della Chicco Artsana (1993):

87 operaie muoiono bruciate vive (e decine rimangono invalide a vita) in una fabbrica dormitorio vicino ad Hong Kong per lo scoppio di un incendio. I cancelli erano chiusi (come per la III classe del Titanic, ricordi?). La ditta, che produce giocattoli per il marchio Chicco, si dichiara fallita per non pagare i danni. Inizia la campagna di boicottaggio con un duplice obbiettivo: far risarcire le famiglie delle vittime e far adottare un codice di condotta a tutela dei diritti dei lavoratori. Grazie a 5 mesi di pressione popolare e alle oltre 6.000 cartoline spedite all’Artsana, la ditta ha accolto le richieste.

Ti indico alcune campagne riuscite e alcune fonti per approfondire, magari scopri un nuovo modo di vedere la spesa:

  • Levi’s (1991)
  • Del Monte (1995)
  • Istituto Bancario San Paolo (1985)

Guide:

  • Miniguida al consumo critico e al boicottaggio – realizzata dal Movimento Gocce di Giustizia
  • Guida al consumo solidale – realizzata dalla Cooperativa Pangea
  • Manuale per un consumo responsabile dal boicottagio al commercio equo e solidale di Francesco Gesualdi dal Centro nuovo modello di sviluppo

 

Vuoi insultarmi perché sei omofobo? Vuoi dirmi quanto sia inutile tutto in questo mondo assurdo? Vuoi parlare di Chicco solo per dire “Pucci pucci pucci pà”? Vuoi consigliarmi altri testi di approfondimento? Qualsiasi cosa tu voglia dire, scrivila nei commenti.

 

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Un pensiero riguardo “Festival di Sanremo: la bellezza e Barilla

  1. Additare la Barilla come il male assoluto è un’ingenuità. La pubblicità ha il suo linguaggio, il suo mondo da rappresentare, il suo immaginario da creare.
    L’indignazione della rete verso la Barilla, all’epoca – qualche mese fa – è stata scatenata dalle parole di Guido Barilla, non dai suoi spot.
    Anche il discorso della Littizzetto mi è sembrato semplicistico ed esagerato, ma ognuno fa quel che può.
    Il mio appunto su tutto questo, qui sopra, è sulla confusione tra valori e modello (la famiglia “tradizionale”). Ma quel che davvero mi interessa è la gestione della crisi da parte della Barilla sui Social Network. Mi ha stupito che la scelta degli hashtag su Twitter, per giorni e giorni, sia stata solo #Masterchefit.
    Ignorare per rimuovere? Nella maggior parte dei casi funziona, ma poi se ti citano di nuovo, magari ad un evento come il Festival di Sanremo?
    Questa è, in sostanza, la mia curiosità. All’università il case study tipico di gestione della crisi era McDonald. Trovano un topo nel panino? McDonald stampa la filiera dei prodotti alimentari sulle tovagliette di carta e finanzia programmi di educazione alimentare nella scuola. Dicono che tratta male i dipendenti? McDonald fa una pubblicità enfatizzando il numero di lavoratori e la loro possibilità di carriera.
    Accusano Barilla di essere omofoba? Guido Barilla dice che è stato frainteso, e il marchio parla di Master Chef. Pensi sia la strategia giusta? Io ho qualche dubbio in proposito, ma non ho a disposizione i dati sui quali la Barilla si è basata per prendere le sue decisioni.

    p.s. Mi piacerebbe prendere il posto di Charlize Theron e dire J’adore, pensavo di fare una campagna di sensibilizzazione a favore delle more bassine, se trovo qualche sostenitore 🙂

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