Io, landa comunicasocial

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La timida digitale

Ok, lo ammetto. Sono digitalmente timida.

E per chi comunica è un disastro. Non puoi non esserci su Facebook, non puoi non esserci su Twitter, non puoi non esserci su (scegli un nome social e inseriscilo). E se anche gestisci 20 account aziendali, sei TU il tuo primo prodotto.

Lo so, lo so. Io sono quella che agli albori usava facebook per avere una prima pagina delle notizie personalizzata. Avevo fatto una lista dall’originale titolo “Notizie” e ogni mattina leggevo gli aggiornamenti di quella lista. Poi magari passavo alle ragazze. Le amiche di sempre, molto meno timide di me, che postano in tempo reale ogni uscita. Se perdevo una serata, avevo il reportage la mattina dopo.

Parlo al passato non perché le ragazze siano guarite da questa irrefrenabile voglia di condivisione, ma perché mi sono temporaneamente sospesa da Facebook, e per le notizie uso l’app News Republic.

Perché l’ho fatto? Perché era diventata una prigione: altro che notizie e ragazze, leggevo qualsiasi stupidaggine avessi a tiro. Con il mio primo iPhone ero peggiorata in maniera evidente: consultavo facebook ovunque, in qualsiasi momento. L’oracolo del nulla. E il coinvolgimento emotivo? C’è chi si fidanza su facebook, chi apre gruppi di donne bionde contro le more, chi trova amici, chi solo fregature. Siamo persone dietro i profili, non possiamo sfuggire alle emozioni.

E io mi ero stufata anche delle emozioni.

Quando ho lasciato facebook ero convinta che avrei sofferto come una addicted (drogata suona brutto) in crisi di astinenza. Invece, miracolo. Non riesco a tornarci. Sarà paura? Disabitudine? Buon senso?

A parte aver perso traccia degli Eventi (pure tu crei eventi anche solo per invitare una coppia di amici a cena?), ho riscoperto un senso di privacy e di contatto che non avevo da un po’. Bada bene, Facebook non è il male . Non sono un’apocalittica dei social. No, no.

E’ sempre l’uso del mezzo che ne sancisce la bontà.

E io tornerò. Prima o poi tornerò su Facebook. Tanto ormai va più di moda Google+.

I gruppi si LinkedIn servono solo a postare i propri post?

Quando mi sono avvicinata a LinkedIn per comprenderlo in quanto social network e non solo come vetrina online del Curriculm Vitae, ho chiesto aiuto a un amico social, un uomo tecnicamente preparato, e anche molto attivo sul web. Una persona in gamba, capace di discutere per ore sul web, se ritiene ci sia qualcosa di cui discutere.

Il tipo Social

E quest’uomo illuminato mi ha parlato dei gruppi. Mi sono iscritta a diversi gruppi, prima di cancellarmene e sceglierne altri più coerenti con me e la mia professionalità.

Il mio amico aveva ragione: i gruppi sono utili, trovi notizie interessanti, una cultura comune da cui partire, approfondimenti sulla materia, notizie fresche di corsi di aggiornamento.

Ma. Ma la maggior parte delle discussioni aperte sui gruppi non ha risposte.

Di solito sono titoli con link alle pagine personali di chi ha scritto l’intervento, manca l’interazione tipica dei contesti social, o dei vecchi forum (ok, ho già parlato di forum nella pagina di presentazione, e sembro un po’ nostalgica, lo so, lo so) e cresce invece l’esibizionismo. Su linkedin non c’è “Mi piace”,  sostituito da un sobrio “Consiglia”.

La maggior parte dei Consigli che vedo sono sotto foto profilo di colleghe. Appena cambiano la loro foto, qualcuno la “consiglia”.

I social sono ottimi strumenti di analisi e di promozione. Sono mondi virtuali e reali al tempo stesso, specchio della realtà, ma non del tutto fedeli ad essa. I social sono gli specchi deformanti di questo tendone colorato e pauroso che è la vita.

E’ forse per questo che trovo sia più facile comprendere e gestire i Social per conto terzi che per se stessi. Profilo personale e profilo aziendale sono diversi, anche se il secondo si nutre e nasce dal primo. Siamo persone, mica imprese.

 

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6 pensieri riguardo “Io, landa comunicasocial

  1. Molto interessante, però vorrei dirti che nei gruppi “tecnici” che frequento io su Linkedin, quelli dedicati al montaggio, le discussioni si srotolano spesso in molte risposte da parte di gente esperta.

    Forse la mancanza di interazione è un problema che affligge i gruppi dedicati al marketing, argomento di per sé, poco propenso a farsi spiegare in risposte “oggettive”.

    1. Sembra che a volte i comunicatori siano troppo presi a cercare visibilità scordandosi di interagire. Questo è vero. Ma non sempre, esistono per fortuna anche persone che contribuiscono a dare un senso ad alcuni gruppi 🙂
      Non credo che la causa sia tutta da ricercare nella materia. Perché alcuni parametri e, ancora di più, alcuni strumenti della comunicazione, sono prettamente tecnici. Sospetto che un altro motivo sia l’abnorme quantità di figure comunicazionali, sia in termini di professioni(sti) che di agenzie di servizi.

  2. Discussione molto interessante. I social network dopo un “boom” di tipo “generalistico” andranno, a mio parere, sempre più “specializzandosi” coagulando interessi culturali e professionali affini.
    In questo nuovo scenario credo che il marketing dovrà operare in modo sempre più selettivo con una comunicazione a minor effetto e maggior contenuto.

    1. Sono pienamente d’accordo Giovanni.
      E aggiungo che non solo le caratteristiche di ciascun social possono indirizzare l’utente verso un tipo di condivisione diverso, ma anche la percezione da parte dell’utenza definisce l’uso del network.
      C’è la tendenza, per esempio, ad usare Facebook in maniera differente rispetto a Google+. Il primo mi sembra essere un diario online, in cui condividere foto di famiglia e pensieri di tutti i giorni, mentra Google+, partito in sordina, si sta affermando di più come uno strumento di aggregazione di interessi.
      LinkedIn, invece, sta invertendo la tendenza da social professionale a personale. L’inversione non è netta nè completa, ma la commistione, secondo me, è iniziata in maniera evidente.

  3. Ciao Iolanda, mi piace molto questo tuo post, due settimane fa ho scritto una cosa molto caustica su Facebook (sì l’uso 😀 ) riguardo l’inflazione di figure SMM: https://www.facebook.com/fabrizio.bartoloni.5/posts/565287513563424?stream_ref=10 resa possibile dal fatto che chiunque possa improvvisarvisi (con risultati variabili dal mediocre al disastroso) molto più facilmente di quanto non ci si possa improvvisare cardiochirurgo o pilota di linea, non c’è un filtro.

    Questi soggetti si sono a loro volta riversati “en masse” anche su LinkedIn dove appestano gruppi altrimenti pregevoli coi loro monologhi autoreferenziali (quelli che mettono loro “mi piace” sono gli stessi che poi danno tonnellate di becchime ai piccioni in piazza a Venezia suppongo).

    Il risultato lo pagano i professionisti veri, i quali devono trovarsi in concorrenza questi soggetti “spammosi” che vengono via per un tozzo di pane e fanno danni esponenziali alle aziende. La sensazione è la stessa che avresti andando a pesca la mattina in riva ad un laghetto con la tua canna in fibra di carbonio, le gabole, e la licenza in regola mentre il tizio due metri accanto pesca di frodo con la dinamite.

    1. Sono d’accordo Fabrizio, e la questione lavoro è delicata. Ci sono persone molto preparate, ma la categoria tutta risente di questa facilità di improvvisazione.
      Ho accennato qualcosa sulla logica perversa del lavoro qui http://landacomunicanda.it/le-figure-professionali-in-una-web-agency/
      e consiglio anche la lettura di questo post
      http://www.linkiesta.it/gestione-social-network?goback=.gde_4371822_member_5818678895813099522#

      Da tutti i commenti a qeusto post, compresi il tuo, mi sembra che la risposta alla mia domanda, sia, paradossalmente, che i non comunicatori su Linkedin siano proprio i “comunicatori”.

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